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Il Municipio XII si propone per Via Almirante

Pubblicato da Leonardo Mancini in 29 gennaio 2012
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Approvata il 12 gennaio scorso in Consiglio municipale una mozione per intitolare una via o una piazza del territorio a Giorgio Almirante

Il 12 gennaio scorso il Consiglio del Municipio XII ha approvato la mozione presentata dal Presidente del Consiglio Marco Caciotti e dai consiglieri del Pdl Cristiano Carpignoli e Pietrangelo Massaro. La mozione, approvata con 11 voti favorevoli e 4 contrari, propone al Sindaco Gianni Alemanno l’intitolazione di una piazza o di una via sul territorio del Municipio XII a Giorgio Almirante. Questa proposta arriva dopo le polemiche sollevate nei giorni scorsi da Francesco Storace (La Destra), che ha ricordato al Sindaco Alemanno una delle sue promesse elettorali del 2008. Le motivazioni della mozione sono spiegate in una nota congiunta dei consiglieri Pdl del Municipio XII: “Auspichiamo che questo atto del consiglio del Municipio possa rappresentare un primo passo istituzionale per il superamento di ogni pregiudizio politico sulla figura di Giorgio Almirante”, continuano i consiglieri proponenti, “Confidiamo che la proposta possa essere presa in considerazione dal Sindaco Alemanno e esaminata dalla Commissione preposta alla Toponomastica affinché anche la Capitale d’Italia, renda omaggio a un importante esponente della politica nazionale come Almirante, principale fautore del processo di evoluzione della destra in Italia”.
Le critiche nei confronti della mozione non sono mancate nella sinistra romana: “E’ davvero il caso di dire che il XII Municipio colpisce ancora: dopo gli auguri per le Feste natalizie con le immagini del Duce, il saluto fascista in aula, oggi l’ultimo scandalo. Ci auguriamo che Alemanno stigmatizzi questa ‘scorciatoia’ procedurale”, dichiarano in una nota il consigliere comunale del Pd Roma, Paolo Masini, il consigliere regionale del Pd, Enzo Foschi il consigliere municipale del municipio XII, Enzo Del Poggetto, “Assegnare il nome a una strada di Roma a chi collaborò alla stesura del ‘manifesto della razza’, è un fatto che la memoria di una città come la nostra non può tollerare in alcun modo. Né ora né mai”.
Lo stesso Sindaco Alemanno nei giorni scorsi aveva risposto alle richieste sull’intitolazione richiamando alla calma: “Procederemo negli adempimenti necessari ad intitolare la strada ad Almirante solo quando l’approfondimento storico, il dibattito civile e culturale permetteranno a tutti di comprendere il reale significato del percorso storico-politico di Giorgio Almirante”. Queste affermazioni avevano lasciato intendere che la questione si sarebbe chiusa o perlomeno sarebbe stata risollevata solo in futuro, magari ancora una volta come materiale da campagna elettorale. “Pensavamo che l’impegno preso dal sindaco Alemanno, assicurando di non voler intitolare una strada a Giorgio Almirante, avesse messo la parola fine a questa vicenda”, dichiara in una nota Andrea Santoro, coordinatore del Pd del Municipio XII.
Alle polemiche i consiglieri proponenti hanno risposto analizzando i voti della mozione: “Su questo documento è arrivato anche il voto favorevole del capogruppo dell’Api a dimostrazione che sulla figura di Giorgio Almirante finalmente, anche nel centro sinistra, alcuni pregiudizi ideologici cominciano a cadere”. Ma anche sul voto positivo del capogruppo di Alleanza per l’Italia in Consiglio municipale non sono mancate le polemiche: “Chiediamo al sindaco Alemanno e al segretario dell’Api, nonché consigliere comunale, Francesco Rutelli di pronunciarsi e respingere questa richiesta” dichiara Santoro. La posizione del capogruppo e del Partito sono state chiarite nel pomeriggio in una nota del presidente regionale di Api, Mario Mei, e del coordinatore romano del partito, Alberto Gambino: “La decisione del Capogruppo Culasso è del tutto autonoma e a titolo personale, votata in dissenso con il resto del gruppo consiliare e distinta dagli orientamenti del partito sull’argomento. La mozione in oggetto, inoltre, non risponde certamente ad una priorità per Alleanza per l’Italia”.
La mozione approvata è una richiesta di intitolazione che dovrà passare per la Commissione Toponomastica di Roma Capitale. È da questo ufficio e dal Sindaco che si aspetta una risposta. Vedremo nei prossimi giorni se la posizione di Alemanno rimarrà invariata.

Link:

http://www.urloweb.com/municipio/municipio-xii/3689-il-municipio-xii-si-propone-per-qvia-almiranteq.html

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Una strada per Giorgio Almirante: una promessa che fa polemica

Pubblicato da Leonardo Mancini in 11 gennaio 2012
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Polemiche sulla volontà di intitolare una strada a Giorgio Almirante. Il Sindaco Alemanno ha intanto rinviato la decisione a quando la figura di Almirante verrà riconosciuta in maniera bipartisan. 

Era il 2008 e l’allora candidato sindaco di Roma Gianni Alemanno, nella foga della campagna elettorale, promise una Via intitolata a Giorgio Almirante. Una promessa su cui fino ad oggi il Sindaco Alemanno ha taciuto. Probabilmente la gabarre politica, che questa decisione ha innescato, non era auspicabile nelle già difficili giornate che l’amministrazione capitolina sta vivendo. Una decisione che, proprio per la delicatezza e la facilità con cui potrebbe degenerare in scontro politico, è stata rimandata dallo stesso Alemanno: “procederemo negli adempimenti necessari ad intitolare la strada ad Almirante solo quando l’approfondimento storico, il dibattito civile e culturale permetteranno a tutti di comprendere il reale significato del percorso storico-politico di Giorgio Almirante.” 
La vecchia promessa è tornata alla ribalta dopo un colloquio telefonico del 3 gennaio fra Francesco Storace e la vedova di Almirante, donna Assunta. In una nota l’ufficio stampa de La Destra ha dichiarato: “Cordiale colloquio telefonico stamane tra donna Assunta Almirante e Francesco Storace. Il segretario de La Destra ha voluto testimoniare affettuosa solidarietà alla vedova dell’indimenticabile leader, ancora una volta oggetto di polemiche sguaiate”. L’appoggio alla richiesta di intitolazione della Via ad Almirante è stato unanime nella destra romana: “E’ stato tra i protagonisti della vita politica italiana ricoprendo il ruolo di parlamentare della Repubblica ininterrottamente per 40 anni, eletto democraticamente con il voto di preferenza. Nessuno deve dimenticare l’omaggio che Almirante portò alla camera ardente del Leader del Partito comunista Berlinguer», dichiarano, in una nota, Marco Cacciotti e Cristiano Carpignoli, rispettivamente Presidente del Consiglio del Municipio XII e Consigliere PDL al Municipio XII. “Almirante, pur provenendo dalla stagione drammatica della guerra civile in Italia e operando nel difficile periodo degli anni di piombo, è stato un personaggio che ha dedicato la sua attività politica principalmente alla pacificazione tra gli italiani”, precisa Gianni Alemanno, “E che ha sempre lottato, da leader del Msi, contro l’antisemitismo”. Giorgio Almirante a questo proposito dichiarò infatti: “Di aver superato per ragioni umane e concettuali, per uno di quei superamenti di coscienza ai quali bisogna pur pervenire se si vive con piena onestà la propria fede e la propria dottrina”.
Anche se come dichiara Alemanno: “Le accuse contro di lui, compresa quella di ricostituzione del Partito Fascista, furono archiviate dalla magistratura e Giorgio Almirante ha concluso la sua esistenza senza nessuna imputazione che pendesse sul suo capo”, la sinistra italiana e romana in particolare non accetterebbe una strada in suo nome. “Il passato di Giorgio Almirante non può essere cancellato dai mandati parlamentari avuti, peraltro, con la forza politica erede dell’ignobile e collaborazionista Repubblica Sociale”, precisa Fabio Nobile, consigliere regionale PdCI/FdS, “Fervente sostenitore delle teorie razziste del nazismo tedesco, Almirante fu firmatario del Manifesto della razza. Anche dopo l’Armistizio si rese protagonista di una delle pagine più buie del nostro Paese, quella della fucilazione dei partigiani nel grossetano”. È doveroso ricordare il confino di polizia a cui Almirante fu condannato nel 1947 subito per il “collaborazionismo e le gravi attività successive alla guerra”. Nonché il processo (1971-1978) richiesto e perduto da Giorgio Almirante riguardo la falsità di un manifesto a sua firma sul quale era riprodotto l’ ultimatum rivolto il 18 aprile da Mussolini ai militari “sbandati” dopo l’ 8 settembre 1943 e ai ribelli saliti in montagna: consegnatevi ai tedeschi o ai fascisti entro trenta giorni, oppure vi aspetta la fucilazione. Anche la sinistra romana ha voluto ribadire la sua contrarietà all’intitolazione di una strada per il fondatore dell’MSI: “non si può consentire che Roma, Medaglia d’Oro per la Resistenza, possa ospitare una via intitolata a Giorgio Almirante”, dichiara Andrea Catarci, Presidente del Municipio XI, “La scelta dei nomi di luoghi pubblici deve poter rappresentare la storia e l’identità di un paese, ed è per questo che contrasteremo in tutte le forme democratiche l’intitolazione ad un uomo che contribuì in prima persona alla persecuzione antiebraica, svolse un ruolo importante nella Repubblica di Salò, firmò il bando di fucilazione dei giovani italiani che rifiutavano di arruolarsi nell’esercito della Rsi per combattere assieme ai nazisti”. Anche Carla Di Veroli, Assessore alle Politiche Culturali e della Memoria del Municipio XI, ha voluto ribadire in una nota la sua contrarietà: “ritengo inaccettabile che la Commissione Toponomastica possa considerare coerente che nella stessa città possano convivere una via dedicata a Settimia Spizzichino”, reduce dei campi di sterminio di Auschwitz, Birkenau e Bergen Belsen, “Con una intitolata a un uomo come Giorgio Almirante che fortemente contribuì con i suoi scritti all’attuazione delle persecuzioni razziali e politiche nel nostro Paese”, conclude Carla Di Veroli, “Non mi sembra esistano le condizioni e i contenuti valoriali degni di memoria per le nuove generazioni tanto da proporre un personaggio come Giorgio Almirante per l’intitolazione di una strada”.
Il Sindaco Alemanno ha, in ogni caso, rimandato la decisione sull’intitolazione a quando la figura di Almirante verrà riconosciuta in maniera bipartisan: “Questa via deve essere motivo di unità e non di odio, strumento per evitare di ripercorrere le strade della contrapposizione ideologica e dell’odio di parte. Sono convinto che anche Giorgio Almirante, proprio per il suo messaggio di pacificazione tra tutti gli italiani, condividerebbe questo mio atteggiamento”. Aspettiamo quindi di vedere quando la questione di “Via Almirante” verrà riproposta. In fin dei conti la campagna elettorale si avvicina e forse, con un presente ed un futuro così incerti, si cercherà di farla con le stesse promesse del passato, con la speranza, almeno per questa volta, che rimangano solo promesse.

Link:

http://www.urloweb.com/municipio/municipio-xii/3666-una-strada-per-giorgio-almirante-una-promessa-che-fa-polemica.html

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Orti e giardini: la nuova frontiera della condivisione

Pubblicato da Leonardo Mancini in 5 gennaio 2012
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Le iniziative nel Municipio XI e il progetto “Zappata Romana” dell’Urban Architecture Project

La gestione condivisa delle aree verdi fra i cittadini è una realtà in grande espansione nella nostra città. Un fenomeno che nel resto delle grandi capitali europee è già in atto da diversi decenni. In Gran Bretagna i “Community Gardens” sono presenti in 120 città, i “Jardins partagés” sono ben 57 nella sola area municipale parigina che contiene anche il giardino condiviso vincitore del Premio Europeo per lo Spazio Pubblico 2010, mentre in Svezia i “lotti municipali” sono una realtà già dagli inizi del ‘900.
Le iniziative che si possono riscontrare nel tessuto urbano romano sono principalmente di natura spontanea e volte alla riqualificazione di un’area degradata o in stato di abbandono. L’aggregazione per la valorizzazione diviene un’esigenza sociale legata spesso a problemi di sicurezza, che coinvolge le Associazioni del territorio e i privati cittadini. Dall’inaugurazione, il 22 luglio scorso, del primo Parco a Orti Urbani realizzato dall’Amministrazione Comunale in via della Consolata (18.000 mq), Urlo si è interessato alla versione nostrana di queste iniziative, raccontando la storia dell’Eut-Orto degli ex-lavoratori della Eutelia. Il Fenomeno è però in continua espansione sia geografica che quantitativa e interessa molti municipi di Roma sud, con realtà quali il Giardino Condiviso di via Luca Gaurico o quello della Città dell’Utopia a San Paolo.
Nel Municipio XI viene portata avanti l’iniziativa degli “Orti Urbani Garbatella”, sorti sull’area al fianco di via Rosa Raimondi Garibaldi, da quindici anni al centro delle rivendicazioni dei cittadini della zona e di Legambiente Garbatella. Il Progetto è nato dalla collaborazione di alcune delle Organizzazioni e Associazioni attive sul territorio del Municipio: Legambiente Garbatella, Action Le casette, Casetta Rossa, La Città dell’Utopia e Controchiave. In quest’area di 4,5 ettari al fianco della Regione Lazio sarebbe dovuto sorgere già da tempo un parco per proteggere il quartiere dall’inquinamento atmosferico e acustico generato dal traffico di via Cristoforo Colombo (il Parco del Cigno), opera realizzata parzialmente e grazie ai soli sforzi della cittadinanza.
Questo fenomeno aggregativo è teso a rafforzare il legame sociale all’interno del tessuto urbano, anche raccogliendo in un progetto condiviso le esperienze e le idee di differenti fasce d’età, che come ricordano gli organizzatori dell’iniziativa, nel Municipio XI si compone di un 29% di ultrasessantenni contro una media cittadina del 25%. Altro elemento fondamentale, sempre a detta degli organizzatori, è la protezione delle zone limitrofe alla via Cristoforo Colombo da speculazioni edilizie, nonché la riqualificazione di aree degradate o completamente in stato di abbandono. La volontà di recuperare la cultura contadina attraverso dei momenti di socialità, nonché la costruzione di un’iniziativa capace di combattere la crisi economica producendo reddito sono in fine il collante del progetto.
La grande espansione di queste iniziative (nel solo Municipio XI ne possiamo contare sei) ha portato l’Urban Architecture Project (UAP) ad interessarsi al fenomeno. L’UAP è un gruppo che si occupa di architettura e progettazione del paesaggio, con lo scopo di sviluppare l’interazione sociale e l’utilizzo dell’architettura low tech. L’iniziativa portata avanti chiamata “Zappata Romana” consiste in una mappatura digitale (disponibile online attraverso GoogleMaps) delle esperienze di Orti e Giardini condivisi nell’area romana. Nella mappa visionata nell’ultimo mese da oltre 12.000 persone, le zone riportate sono oltre 100, e fra di esse sono inseriti anche i 65 Orti censiti dal Comune di Roma. Oltre ad essere inserite le foto e le informazioni essenziali su ogni progetto, viene ampliata la catalogazione delle iniziative con l’introduzione di categorie quali le Fattorie Didattiche, le Case della Partecipazione e i Giardini Spot. Quest’ultimi sono individuati in delle realtà sorte in brevissimo tempo grazie all’azione spontanea di un gruppo di privati cittadini, come le tre aiuole in Via Chiabrera ripopolate di fiori e inserite nella mappatura digitale.
Queste iniziative dal basso sono un’esperienza che certamente contribuisce al difficile processo di riqualificazione ambientale o di mantenimento delle aree verdi dei nostri quartieri. La condivisione è una speranza per tutte quelle aree che senza un adeguato programma di cura versano nelle condizioni di degrado che spesso ci siamo trovati a criticare. Ancora una volta quindi l’iniziativa per un miglioramento della situazione viene dai cittadini. Grazie a questo nuovo metodo per combattere il degrado urbano mai l’incitamento “dig for victory” è stato più adeguato.

Link:

http://www.urloweb.com/municipio/municipio-xi/2900-orti-e-giardini-la-nuova-frontiera-della-condivisione.html

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Corpi umani in mostra a Roma: 33 milioni di visitatori nel mondo.

Pubblicato da Leonardo Mancini in 5 gennaio 2012
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3 settembre 2011

La mostra di Gunter von Hagens “Body Worlds: il vero volto del corpo umano” a Roma dal 14 settembre
Avete mai cercato di immaginare l’interno della vostra mano? Provateci: chiudete gli occhi e iniziate ad eliminare mentalmente pelle, carne, vene, nervi, muscoli e cosi via sino ad arrivare alle ossa. Quello a cui la nostra mente si può avvicinare è solo una rappresentazione di come siamo fatti, dal 14 settembre invece potremo vedere la realtà, con la mostra Body Wolrds del Dott. Gunther von Hagens. Non una semplice mostra d’arte, ne tantomeno una galleria multimediale, ma una vera e propria esposizione di parti anatomiche che conta oramai più di 33 milioni di visitatori in oltre sessanta città nel mondo. I corpi inseriti nella mostra hanno tutti subito un processo detto “plastinazione”: un procedimento che ne permette la conservazione, rendendoli rigidi e inodori e mantenendo inalterati i colori, grazie alla sostituzione dei liquidi con polimeri di silicone. Questa tecnica è stata inventata e brevettata dallo stesso curatore della mostra Gunther von Hagens, il quale ha così potuto presentare le oltre 200 “installazioni” della mostra in pose plastiche che ricordano opere d’arte celebri oppure atteggiamenti quotidiani, come un uomo seduto a pensare alla prossima mossa durante una partita a scacchi. Un’esposizione quella di von Hagens davvero particolare, anche se non adatta ai più suggestionabili. I corpi e le parti anatomiche in mostra provengono tutte da donatori volontari i quali assieme ad altri tredicimila persone in tutto il mondo fanno parte dall’Institute for Plastination, che funziona da programma di donazioni per la mostra. La tecnica utilizzata da von Hagens e il sistema di donazione, vengono costantemente verificati da numerosi comitati etici in ogni parte del mondo. La mostra, che resterà a Roma sino al 12 febbraio 2010, vuole aprire delle riflessioni, che spaziano dal rapporto del corpo con l’anima fino alla bioetica,  ma l’esperienza della mostra è principalmente un viaggio all’interno del nostro corpo, utile ai curiosi, ma anche al mondo accademico, sportivo e sanitario in genere, nonché una possibilità di apprendimento sulla nutrizione, lo stile di vita e il benessere fisico. Von Hagens in un comunicato stampa sulla sua mostra ha affermato che: “con 33 milioni di visitatori in tutto il mondo Body Worlds ha sostanzialmente contribuito sia nel passato che oggi a creare una nuova coscienza della sensibilità del corpo umano come dell’utilità della donazione di sangue e organi per salvare delle vite. Un sondaggio tra i visitatori ha dimostrato che molte persone hanno cambiato il loro punto di vista sulla donazione di organi e il 23 per cento di loro si è dichiarato favorevole solo dopo aver visto la mostra”.

Gunther von Hagens’ BODY WOLRDS. Il vero mondo del corpo umano
Officine Farneto
Via dei Monti della Farnesina 73 (zona Stadio Olimpico)
00194 Roma
inaugurazione 14 settembre 2011
fino al 12 febbraio 2012
prenotazione online www.listicket.it, tel 892982Biglietto: 16 euro

Link:

http://www.urloweb.com/roma-da-vivere/night-and-life/3408-il-corpo-in-mostra.html

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Ex Air Terminal: il 20 giugno tra testimonianza, cultura e musica.

Pubblicato da Leonardo Mancini in 5 gennaio 2012
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16 luglio 2011

Dalla tendopoli della stazione Ostiense l’esperienza della società civile con i profughi.
L’area della Stazione Ostiense è da anni punto di transito non solo per tutti i romani, ma anche di molti senzatetto, profughi provenienti per lo più dall’Afghanistan e rifugiati in attesa del riconoscimento del loro status. Le condizioni in cui versano questi individui sono state più volte riportate dai notiziari e dalla stampa locale in particolare negli ultimi mesi. La situazione è andata peggiorando soprattutto per l’area di Piazzale 12 Ottobre 1492, li dove sorge l’Ex Air Terminal. In questa zona decine di persone cercano ogni giorno di sopravvivere, spesso costretti a vivere per la strada, senza accesso ai minimi standard igienico-sanitari e più di una volta vittime di vessazioni e pestaggi. Bisogna inoltre denunciare che in questa situazione di totale indigenza vivono anche molti minori e Rifugiati che non hanno trovato accoglienza in strutture adeguate. “Da circa due mesi, in un’area limitrofa alla stazione, esiste una tendopoli che ospita oltre cento profughi, e il cui funzionamento è affidato in gran parte al senso di responsabilità e alla capacità di autogestione degli ospiti stessi,” dichiara in un comunicato stampa l’associazione Medici per i Diritti Umani (MEDU). “All’interno di quest’area MEDU, insieme ad altre organizzazioni della società civile, a volontari e singoli cittadini cerca di portare solidarietà, assistenza socio-sanitaria e un minimo di accoglienza”. L’importanza di questo fenomeno, oltre a mostrare l’assoluta necessità di individuare delle soluzioni alternative di tutela, richiama ancora una volta l’attenzione sul grande lavoro che l’associazionismo fa sul nostro territorio, per arrivare dove le istituzioni non riescono ad operare efficacemente. Continua la MEDU: “dall’esperienza di questa tendopoli, necessariamente precaria e provvisoria, ma che ha dimostrato la sua fattibilità anche con risorse limitate, è possibile passare alla realizzazione di un vero e proprio centro di protezione e di tutela nella stessa area: un ponte per l’accoglienza a Roma”. L’associazione ha infatti individuato numerose strutture abbandonate nelle vicinanze dell’ex Air Terminal, fra cui un ponte pedonale coperto che attraversa i binari. Come dichiarano i portavoce dell’associazione: “in un periodo in cui a Roma si inaugurano sul Tevere nuovi e moderni ponti proponiamo la realizzazione di un ponte di civiltà presso la stazione Ostiense, di un centro che garantisca accoglienza e dignità ai profughi che fuggono da guerre e persecuzioni e per i quali la capitale rappresenta il porto di secondo sbarco in Italia”.
La MEDU assieme all’associazione A Buon Diritto e Campagna Welcome, invitano i cittadini a partecipare all’incontro di testimonianza, cultura e musica in solidarietà con i profughi dell’Afghanistan e di tutti i paesi. Tra gli artisti che interverranno ci sono: Paolo Rossi, Acustimantico, Tetes de Bois, Francesco Di Giacomo, Giusi Zaccagnini, Valerio Vigliar, Gretadieu, Criansa, Bucho, Luna Whibbe, Tiziano Turci, Kapitan Mikonos e tanti altri. Tutti assieme per chiedere con forza alle istituzioni “un’assunzione di responsabilità chiara e risorse adeguate affinché vengano garantiti i diritti fondamentali dei migranti forzati”. È un impegno fondamentale come dichiarano i portavoce della MEDU: “al di là quindi del ritardo culturale del nostro paese nell’affrontare la questione rifugiati, delle gravi insufficienze strutturali del sistema di accoglienza ed integrazione per i migranti forzati in Italia, della comprovata inefficacia e iniquità di alcune norme europee sui rifugiati come il Regolamento Dublino 2, Un Ponte per l’accoglienza si pone come proposta nata dal territorio e dalla società civile per contribuire, nei fatti, alla soluzione di un annoso problema di civiltà e accoglienza che affligge la città di Roma”.

Tra gli Artisti presenti:

Paolo Rossi, Tetes de Bois, Acustimantico, Francesco Di Giacomo, Giusi Zaccagnini, Valerio Vigliar, Gretadieu, Criansa, Bucho, Luna Whibbe, Tiziano Turci, Kapitan Mikonos e altri.
20 Giugno dalle 18.30 Piazzale 12 Ottobre 1492
(EX AIR TERMINAL)

Aderiscono:

Action Diritti in Movimento, Arci Immigrazione, Asinitas, Associazione Socio Culturale Ararat, Associazione Europa Levante , Associazione Somebody, Binario 15, Brigata Garbatella PROCIV-ARCI, Casa dei Diritti Sociali, Centro di Accoglienza Madre Teresa di Calcutta, CIR Consiglio Italiano per i Rifugiati, Circolo PD Esquilino, Cittadini del Mondo, Collettivo Immigrazione Roma PRC, Comunità di Base San Paolo, ESC Infomigrante, Fanfulla, Forum immigrazione PD, La Sosta, Luoghi Comuni Garbatella , Medici Contro la Tortura, Monte Verde Antirazzista, Monte Verde Legge, Popica, Primavera Romana, Primo Marzo, Senza Confine, Strike-Yo Migro.

Link:

http://www.urloweb.com/municipio/municipio-xi/3282-ex-air-terminal-il-20-giugno-tra-testimonianza-cultura-e-musica.html

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Le famiglie omogenitoriali in Italia: una realtà dei nostri Tempi

Pubblicato da Leonardo Mancini in 5 gennaio 2012
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14 febbraio 2011

Al Municipio XI un corso di aggiornamento per educatori: si accende il dibattito

Nel mese di gennaio si sono svolti, nella sede del Municipio XI, i due incontri del corso di aggiornamento per educatori di asili nido ed insegnanti di scuole dell’infanzia dal titolo “Le famiglie omogenitoriali in Italia: una realtà del nostro tempo”. L’iniziativa è stata patrocinata dall’Associazione Famiglie Arcobaleno, che dal 2005 raccoglie le esperienze di genitori omosessuali, e dal Municipio XI. Le coppie omogenitoriali sono spesso formate da individui omosessuali che hanno già avuto figli all’interno di una precedente relazione eterosessuale, oppure sono coppie che hanno realizzato il proprio progetto di genitorialità.
La necessità da parte delle istituzioni di mostrare maggiore attenzione alla società che cambia e si evolve e la volontà di “fare in grande quello che facciamo in piccolo”, sono stati i temi centrali dell’intervento di Marilena Grassadonia, Responsabile del Gruppo Scuola Roma Famiglie Arcobaleno. Temi richiamati anche da Enzo Foschi, Vicepresidente della Commissione Cultura e Sport della Regione Lazio, che ha parlato di “quanto sia importante per le istituzioni comprendere questi cambiamenti della società, per una corretta gestione delle politiche sociali che evitino nuove distinzioni fra cittadini”. “Il Municipio XI – ha poi affermato l’altra organizzatrice dell’evento, l’Assessore alle Politiche Culturali e Pari Opportunità del Municipio XI Carla Di Veroli – è all’avanguardia nella lotta alla discriminazione poiché l’identificazione della famiglia sta cambiando e si sta evolvendo con la stessa velocità con cui si modificano gli assetti fondamentali della società”.
Soddisfatto anche Andrea Catarci, Presidente del Municipio XI, che ha identificato nell’interesse riscosso per l’iniziativa un segno della necessità di formazione su temi emergenti come l’omogenitorialità. Catarci ha spiegato: “Questa iniziativa ha colto l’esigenza di famiglie, operatori ed Enti locali, generando una soddisfazione politica per aver dato un contributo alla formazione in un ambito che nel nostro paese sembra essere stato dimenticato, visto che non c’è nessun Ente che si occupi di questioni tanto vicine alle necessità formative degli insegnanti, né tantomeno delle necessità dei circa 100.000 bambini provenienti da coppie omogenitoriali”, aggiungendo che questi nuclei sono “un fenomeno in grande espansione che si inserisce con forza nella ridefinizione del concetto di famiglia”.
Il 1 febbraio è stata presentata dal Pdl municipale una mozione contraria a tale iniziativa che è stata bocciata con 14 voti contrari e 4 favorevoli. Il successivo comunicato del Presidente Catarci e dell’Assessore Di Veroli ha definito il documento come “un atto di censura”. D’altra parte Simone Foglio, Capogruppo del Pdl al Municipio XI, ha espresso disappunto per la bocciatura di un documento che, come ha riferito, “non esprimeva alcun giudizio di censura, ma richiedeva al Municipio di presentare iniziative anche nei confronti della famiglia ‘costituzionale’”. Foglio ha poi aggiunto: “Sarebbe stato un atto dovuto dopo un corso di formazione sull’omogenitorialità che non è passato al vaglio del Consiglio municipale e che sembrerebbe, secondo il documento presentato, finanziato da un contributo regionale della precedente amministrazione”. L’Assessore alla Famiglia e alle Scuole di Roma Capitale, Gianluigi De Palo, ha dichiarato: “Ad oggi ci sono quasi 15 mln di famiglie sposate e 637.000 coppie di fatto delle quali il 43% in attesa di sposarsi, mentre i numeri delle coppie omogenitoriali non rendono un corso di formazione una necessità impellente, certamente fuori dall’agenda delle priorità”. A corollario della sua formazione ha poi aggiunto: “La politica deve rispecchiare i bisogni del Paese reale. Le istituzioni municipali debbono occuparsi delle problematiche del territorio, promuovendo anche un corso di educazione alla genitorialità, contro un approccio ideologico su questioni di interesse sociale”.
La questione rimane aperta, sia a fronte della scritta apparsa il 25 gennaio sul muro del Municipio XI “Curate i Gay e non plagiate i bambini” rivendicata da Militia Christi, sia in vista di alcune iniziative per i prossimi mesi promosse dal Municipio XI riguardo la transessualità che daranno sicuramente adito ad ulteriori dibattiti.

LInk:

http://www.urloweb.com/municipio/municipio-xi/2964-famiglie-omogenitoriali-una-realta-dei-nostri-tempi.html

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Fools we Know what you’ve done!

Pubblicato da Leonardo Mancini in 5 gennaio 2012
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Leonardo Mancini riflette sulla manifestazione che ha vissuto, sui motivi e sulle conseguenze, attraverso le parole e i suoi scatti in esclusiva

Una giovane giornalista russa questa mattina ha ricevuto l’incarico di scrivere un articolo sulla manifestazione di Roma. Inizialmente ha visitato i siti dei giornali italiani, ma non trovando nulla di interessante ha contattato i suoi conoscenti in Italia, sino ad arrivare a me. La sua domanda era semplice: “Non trovo nulla sui motivi della protesta. Mi dici perché a Roma la gente è scesa in piazza?”. 
In tutto il mondo le manifestazioni si sono svolte contemporaneamente e pacificamente, certo qualche arresto c’è stato, ma nessuna piazza si è infiammata come Roma. A Londra Julian Assange ha parlato ai manifestanti e nelle altre capitali i cortei e i discorsi si sono svolti regolarmente. Una giornata di gioia e di partecipazione, in cui qualche esibizionista, accompagnato da un lungo applauso, ha anche deciso di chiedere la mano della sua ragazza. Occasioni in cui si è parlato di crisi, di problemi, ma anche di soluzioni. Un momento d’incontro fuori dalle mailing-list e dai social network, un face to face a cui speravano di partecipare anche i manifestanti italiani.

Ma noi cosa abbiamo avuto? Il corteo della Fiom di venerdì prossimo annullato per motivi di sicurezza (è stata resa agibile solo Piazza della Repubblica per un sit in), le proprietà dei cittadini pesantemente danneggiate, il manto stradale di Piazza S. Giovanni distrutto, banche e supermercati assaltati, critiche e solidarietà alla Polizia e ai Centri Sociali, molti articoli sui Black Bloc e la conta dei danni (fortunatamente non dei morti). Ma soprattutto centinaia di migliaia di manifestanti che non hanno potuto far sentire la loro voce, che non hanno avuto modo di spiegare alla giovane giornalista russa i motivi della manifestazione.  Non c’è stato modo di far capire che non si chiedeva solamente un nuovo governo per l’Italia, ma che si puntava più in alto. Si guardava al funzionamento della Banca Centrale Europea, ai meccanismi del Fondo Monetario Internazionale e al sistema della finanza mondiale. Si cercava di capire il perché di una crisi che dal 2008 ad oggi non lascia intravedere una fine. Quello sceso in piazza sabato è un movimento che cerca di uscire dalla nicchia, per il semplice fatto che oramai ci sta stretto. Dopo l’appuntamento referendario, tutti gli attivisti che nelle piazze hanno creduto fino in fondo in una vittoria si sono contati, e si sono resi conto del loro numero. Qualche cosa si poteva fare e andava fatta. Gli indignados? Solo un nome e un appuntamento per far sentire la propria voce.  Questa è la manifestazione che non abbiamo avuto il 15 ottobre. Quel momento in cui tutti avremmo voluto parlare, ascoltare, riflettere e proporre delle soluzioni, finalmente le nostre soluzioni.

Una manifestante a Roma portava un cartello indirizzato alla finanza internazionale e alla classe politica, ma che oggi mi sento di riferire ai facinorosi, a chi assaltava la Polizia e incendiava le auto: “Fools we know what you’ve done!” (Pazzi sappiamo cosa avete fatto). Si lo sappiamo, avete saturato ogni canale di comunicazione, con la vostra violenza e con gli strascichi emozionali che ha lasciato il 15 ottobre e Genova prima di lui. Non sarà facile tornare in piazza, non sarà facile riprendersi quei canali per spiegare i motivi della protesta. Non sarà un semplice comunicato stampa a superare il volume delle dichiarazioni di Partito. Ma l’importante è riuscirci, non bisogna piegarsi, è questo quello che vogliono tutti.

Link:

http://www.urloweb.com/opinioni/binario-21/3507-manifestazione-indignati-23-fools-we-know-what-youve-done.html

Galleria Fotografica:

http://www.urloweb.com/photogallery.html

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Respingimenti: l’udienza della Corte Europea

Pubblicato da Leonardo Mancini in 5 gennaio 2012
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Il 22 giugno 2011 a Strasburgo è stato discusso davanti alla Grande Camera della Corte europea dei diritti umani il caso Hirsi e altri contro Italia.

La rilevanza del caso ha suscitato l’interesse della comunità internazionale. Saranno presenti, in particolare, i rappresentanti dell’Alto Commissariato per i Rifugiati (UNHCR) e dell’Alto Commissariato dei diritti umani (UNOHCHR) delle Nazioni Unite. Fra le organizzazioni non governative impegnate nel campo della tutela dei diritti umani che sono intervenute nel processo: Human Rights Watch, Amnesty International, la Fédération internationale des ligues des droits de l’ Homme e la Human Rights Law Clinic della Columbia University di New York. 
L’Avv Anton Giulio Lana, difensore dei 24 migranti assieme all’Avv Andrea Saccucci, dichiara in merito al caso: “Il fatto stesso che il Governo italiano sia stato chiamato a rispondere dei respingimenti di massa davanti a questa corte è certamente un segnale importante. Soprattutto considerando il gran numero di ricorsi che non vengono accettati. Si tratta di un passaggio decisivo verso il ristabilimento dei diritti fondamentali, in particolare verso la protezione di individui sottoposti a espulsioni collettive verso paesi in cui la loro sopravvivenza è a rischio”. I ricorrenti (11 somali e 13 eritrei) sono una parte delle circa 200 persone che hanno lasciato la costa libica a bordo di tre imbarcazioni nel maggio del 2009. fra essi erano presenti anche numerosi bambini e delle donne incinte. Il 6 maggio del 2009 sono stati intercettati dalla Guardia di Finanza e dalla Guardia Costiera italiana a 35 miglia a Sud di Lampedusa, nelle acque Search and Rescue di competenza maltese. In quella occasione i ricorrenti sono stati trasferiti sulle imbarcazioni italiane, riportati a Tripoli e consegnati nelle mani delle autorità libiche contro la loro volontà. Le dichiarazioni dei ricorrenti indicano che durante la traversata le autorità italiane non hanno reso nota la loro destinazione ne tantomeno si sono preoccupate di controllare i documenti di identità delle persone che stavano respingendo. Nella conferenza stampa del 7 maggio 2009 il ministro dell’Interno italiano ha dichiarato che quanto accaduto il giorno precedente rientrava perfettamente nei meccanismi di respingimento entrati in vigore il 3 febbraio 2009 con gli accordi bilaterali fra Italia e Libia per la lotta all’immigrazione clandestina. 
Nei giorni successivi ai respingimenti, gli Avv Anton Giulio Lana e Andrea Saccucci hanno presentato alla Corte europea dei diritti dell’uomo un ricorso contro lo Stato italiano. Nel ricorso (n. 27765/09, Hirsi e altri c. Italia) vengono riportate alla Corte numerose violazioni nella condotta delle autorità italiane in occasione di questi respingimenti, spiegate più nel dettaglio dall’Avv Andrea Saccucci riferendosi alla Convenzione contro la tortura o altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti: “I ricorrenti sono vittime di una chiara violazione dell’art. 3 della Convenzione che vieta il respingimento verso Stati in cui vi è il rischio di subire torture o trattamenti inumani o degradanti. Una violazione già accertata e sanzionata dal Comitato europeo per la prevenzione della tortura nel suo rapporto pubblicato ad aprile”. In questo specifico caso il respingimento è avvenuto verso la Libia dove si rischia di subire maltrattamenti nei centri di detenzione oppure il rimpatrio verso il proprio paese d’origine senza potersi avvalere della Convenzione di Ginevra di cui la Libia non è firmataria. 
Ma le denunce di violazioni non sono ancora finite, Continua Saccucci: “Il respingimento dei ricorrenti è inoltre contrario all’art. 4 del protocollo n. 4 alla Convenzione che vieta le espulsioni collettive di stranieri, in quanto è avvenuto senza alcuna considerazione per le situazioni specifiche dei singoli ricorrenti e senza neppure identificarli”. Non sono state quindi accertate le generalità 
dei respinti e nemmeno verificate le loro possibilità di richiedere l’asilo. Inoltre non sono stati attuati provvedimenti di respingimento individuale, ma di massa, azione resa vietata dalla Convenzione. Continua Saccucci: “Nel complesso, l’operazione di respingimento viola l’art. 13 della Convenzione che garantisce il diritto ad un ricorso effettivo, essendo stato impedito ai respinti di presentare una domanda di asilo o protezione internazionale.” L’importanza di questo caso, che certamente entrerà nella giurisprudenza in materia di respingimenti, è palese per gli addetti ai lavori. Ma anche chi non ha confidenza con le norme internazionali sarà sicuramente interessato dallo svolgersi di questo processo, perché come afferma l’Avv Lana: “non ci si può mostrare indifferenti nei confronti di questi eventi, bisogna finalmente assumersi le responsabilità dei danni causati attraverso la cattiva gestione dei controlli sull’immigrazione nel nostro Paese”. 
Durante l’udienza, afferma l’Avv Lana “”Il Governo italiano non finisce mai di stupire ha avuto l’ardire di affermare che la Libia all’epoca dei fatti era un luogo sicuro nonostante le precise informazioni fornite dalle principali organizzazioni per i diritti umani! Uno schiaffo a persone come Ermias Berhane e Tsegay Habtom che hanno trascorso gran parte degli ultimi due anni in centri di detenzione libici, sottoposti ad abusi di ogni genere”. In particolare la situazione è alquanto singolare per Ermias Berhane, il quale proprio il 22 giugno scorso ha ricevuto dal governo italiano il riconoscimento dello status di rifugiato. “Per cui abbiamo un Governo che da un lato respinge collettivamente in alto mare dei migranti”, continua l’Avv lana, “mentre dall’altro riconosce formalmente che fra di loro vi sono dei rifugiati, palesando la contraddittorietà della politica dei respingimenti”. Per la sentenza ci vorranno alcuni mesi, un pronunciamento della Corte è infatti atteso per dopo l’estate: “siamo molto fiduciosi, sarà un momento importante, la decisione andrà ad incidere sulla politica migratoria italiana ed europea, quindi sull’apertura o meno verso i migranti degli stessi Stati membri”.
Sulla questione migratoria ci sono però alcune novità delle quali non si può non tener conto. Il 17 giugno scorso a Napoli il ministro Frattini nell’ambito della Conferenza internazionale su “La primavera araba e l’Europa: come reagire”, ha siglato due accordi in materia di migrazione. Il primo è un protocollo d’intesa con il Presidente della Regione Campania Stefano Caldoro. Il secondo è stato firmato assieme al Primo ministro del Comitato Nazionale Transitorio libico (CNT) Mahmud Jibril, il quale ha affermato che “con questa firma vogliamo riaffermare l’impegno del Cnt a rispettare i precedenti accordi della Libia con un paese storicamente amico come l’Italia”. In questo documento viene auspicato che le parti procederanno allo scambio di informazioni sui flussi di immigrazione illegale e sulle organizzazioni illegali che li favoriscono, nonché sulla falsificazione di documenti e passaporti e il rimpatrio di immigrati in posizione irregolare. Frattini nel suo intervento ha voluto sottolineare come questo accordo dimostri “quanto sia stretta la collaborazione tra l’Italia e la nuova Libia democratica che si sta costruendo”. 

 

Link:

http://www.urloweb.com/notizie/85-esteri/3319-respingimenti-ludienza-della-corte-europea.html

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No alle bombe a grappolo

Pubblicato da Leonardo Mancini in 5 gennaio 2012
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Ratificata anche dall’Italia la Convenzione di Oslo per l’eliminazione delle bombe a grappolo.

 

Nel 2008 ad Oslo buona parte della comunità internazionale ha firmato un impegno di civiltà. Venne definito un passo verso un disarmo reale e generale. A 3 anni dalle prime firme della Convenzione per l’abolizione delle cluster bomb (bombe a grappolo), anche l’Italia ha finalmente ratificato il documento, già in vigore dal 1 agosto 2010 grazie alla ratifica del Burkina Faso e della Moldova. La copertura mediatica su questo evento, così importante per il nostro paese, è stata bassissima mentre la ratifica era oramai attesa da tempo dagli addetti ai lavori, dagli attivisti e da chi si interessa di diritti umani. Un iter travagliato quello della ratifica italiana, la Convenzione nelle sue stesse norme applicative lascia ai paesi firmatari il compito di includere le norme convenzionali nell’ordinamento nazionale e l’UE ha più volte raccomandato una ratifica tempestiva. Dal 19 maggio, giorno dell’entrata in vigore della legge in Italia, nel nostro paese non si potranno più costruire, vendere, o addirittura stoccare questo tipo di ordigni. Solo una piccola parte delle nostre scorte verrà preservata e impiegata per le esercitazioni di sminamento, attività che è tutt’ora svolta dai militari italiani in Libano. Non basta infatti decidere di non produrre più le cluster e di distruggerne le scorte per eliminare il pericolo derivante da questi ordigni. A differenza delle normali testate spesso non esplodono all’impatto, sono invece sganciate in grande quantità in modo da ricadere su un’ampia porzione di territorio, rimanendo inesplose in attesa di essere attivate dal passaggio del nemico. Ma se il nemico non dovesse passare? Se il conflitto terminasse domani? Abbiamo imparato che le bombe, anche se intelligenti, spesso sono studentesse disattente, figuriamoci allora cosa può provocare uno strumento ottuso, che rimane in attesa di un soldato senza saperlo distinguere da un animale, da un passante o da un bambino. 
L’ International Landmine and Cluster Munition Monitor nel 2010 ha pubblicato uno studio secondo il quale il numero di vittime provocate da questi ordigni dal 1965 ad oggi si aggirerebbe fra 58.000 e 85.000, il 98% delle quali fra i civili. La difficoltà nel reperire dati certi è dovuta principalmente alla mancata assistenza delle vittime, spesso in luoghi difficili da raggiungere o in paesi senza adeguate strutture sanitarie. Un bambino che gioca a pallone, un vecchio che porta gli animali al pascolo o una donna intenta a procurarsi l’acqua; sono queste le vere vittime delle cluster, i militari o le milizie sono oramai addestrati a riconoscerle e ad evitarle. L’impatto di questi ordigni, soprattutto negli anni successivi ai conflitti, si fa sentire anche dal punto di vista dello sviluppo sociale ed economico. La loro presenza in molti casi impedisce l’utilizzo di campi per il pascolo, l’agricoltura, o l’accesso a risorse fondamentali allo sviluppo e alla ricostruzione. Molte case produttrici indicano una percentuale di mal funzionamento delle cluster in circa il 5% dei casi. Nonostante questo è stato calcolato che nel recente conflitto nel Sud del Libano la percentuale di malfunzionamenti è salita al 40-55%, disseminando sul territorio libanese migliaia di ordigni inesplosi. Ma il problema non è solo del Libano, molti altri paesi già teatri di sanguinosi conflitti condividono lo stesso problema: Laos, Vietnam, Kosovo, Cecenia, Afghanistan, Iraq, Eritrea, Etiopia e Sahara Occidentale, solo per citare i più conosciuti. 
Il deputato del PD Andrea Sarubbi promotore di un ddl per migliorare il testo della legge di ratifica, in un articolo apparso su Repubblica.it il 19 maggio 2011 ha posto alcune questioni fondamentali, analizzando le lacune della normativa approvata dal Parlamento italiano. La proposta è stata presentata raccogliendo 86 firme fra i vari schieramenti politici e con l’interessamento del Ministero degli Esteri; nonostante questo il deputato del PD ha rilevato la poco disponibilità della Difesa alla collaborazione sul progetto. Le lacune individuate nel ddl da Sarubbi sono state inserite come emendamenti, poi bocciati dalla maggioranza che li ha però accolti come raccomandazioni dopo la loro presentazione sotto forma di ordine del giorno da parte del deputato del PD. I problemi posti sul tavolo del Governo sono molti: tra tutti i finanziamenti necessari al risarcimento delle vittime delle cluster (sarebbero necessari 2 milioni di euro), che non sono stati inseriti nella legge. Altro elemento fondamentale è la denuncia dei brevetti italiani per la costruzione di questo tipo di ordigni. Una pratica non nuova nell’ordinamento italiano, che infatti include questa possibilità da 14 anni, dopo la firma della convenzione di Ottawa per l’eliminazione delle mine anti-uomo. L’elemento brevettuale è di primaria importanza: se infatti è negata la possibilità di vendita di cluster nel nostro paese, nulla vieta di vendere il brevetto per la costruzione a paesi non firmatari della Convenzione di Oslo. Tra questi troviamo sia paesi che non avrebbero alcun difficoltà tecnologica a produrre questo genere di ordigni come Stati Uniti, Russia e Cina, ma anche molti governi che sarebbero ben felici di acquistare questi mezzi. Altro elemento riguarda gli investimenti e i finanziamenti a società straniere. Nessun controllo è stato previsto nei confronti di società e di privati che investono in produzioni di società estere impiegate nella fabbricazioni di cluster. La vigilanza su questo tema è essenziale secondo Sarubbi, il quale intende lavorare perché le questioni riguardanti le cluster non cadano nel dimenticatoio. La ratifica italiana è certamente un passo in avanti verso il disarmo, ma su una strada lunga e non ancora condivisa da tutti.

LInk:

http://www.urloweb.com/notizie/85-esteri/3213-no-alle-bombe-a-grappolo.html

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Uganda: rinviata la discussione sulla legge contro gli omosessuali

Pubblicato da Leonardo Mancini in 5 gennaio 2012
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L’omosessualità è considerata reato in molti paesi dell’Africa, ma da qualche anno l’Uganda si è guadagnata il titolo di capitale mondiale dell’omofobia.

Da quando nel 2009 è stato presentato dal deputato David Bahati al Parlamento ugandese il disegno di legge che punisce con la pena capitale gli omosessuali “recidivi”, il clima di intolleranza è velocemente cresciuto. Dal momento della presentazione la comunità internazionale si è immediatamente scagliata contro la norma, portando anche alla proposta di una modifica nel dicembre del 2009 che lasciò comunque perplessi: gli omosessuali non sarebbero stati più uccisi ma “rieducati”. Il Presidente ugandese Yoweri Museveni al momento della presentazione della norma, usò parole pesanti per giustificare una legge contestata con vigore dalla comunità internazionale “le relazioni omosessuali vanno contro il volere di Dio”. Ma di cosa parla esattamente questa legge? I punti fondamentali del testo del 2009 indicano l’obbligo di denunciare episodi omosessuali entro le 24 ore successive alla loro constatazione, con pena di una ammenda di 500.000 scellini ugandesi (circa 180 euro) e/o tre anni di reclusione per chi non denuncia. Gli episodi omosessuali e anche l’idea stessa di omosessualità vengono puniti con sette anni di carcere. Anche le manifestazioni degli attivisti e della comunità internazionale sono in pericolo infatti è tassativamente vietato presentare l’omosessualità da un punto di vista favorevole. Sono poi definiti “casi di omosessualità aggravata” i rapporti omosessuali con un minorenne, con un disabile o se l’omosessuale è sieropositivo o riveste una qualche autorità, in questi casi può essere comminata la pena di morte. La legge prevede anche che tutti i pubblici dipendenti segnalino alle forze di polizia casi di “attività omosessuale” fra persone di loro conoscenza, pena la condanna a tre anni di reclusione. Anche la fuga non è più una opzione possibile, infatti se si hanno rapporti omosessuali all’estero la legge prevede la richiesta di estradizione e l’arresto immediato non appena si rimette piede in Uganda.
La comunità internazionale dal 2009 ad oggi non ha smesso di farsi sentire. Il Dipartimento di Stato Francese già al momento della presentazione del disegno di legge dichiarò “La Francia condanna e prova sconcerto verso questa proposta e nei confronti del Parlamento dell’Uganda: inoltre ripete il suo impegno verso la depenalizzazione e la lotta contro la discriminazione basata sull’orientamento sessuale e l’identità di genere”. Questa ed altre dichiarazioni, come quella statunitense o dell’UE, pervennero al Governo ugandese attraverso le vie ufficiali. Nulla però fece inizialmente retrocedere l’esecutivo, che dichiarò invece “Non accetteremo mai l’omosessualità solo per placare altri stati o come incentivo per ottenere il loro denaro o appoggio”. Nonostante le critiche internazionali dal 2009 ad oggi la legge anti-gay è rimasta in ballo, ottenendo il solo effetto di far crescere le tensioni omofobe nel paese. Molti sono stati gli episodi di tensione e di violenza che hanno visto coinvolti attivisti e privati cittadini. Tra tanti spicca il caso dell’attivista David Kato, ucciso nel gennaio scorso, dopo aver ottenuto una sentenza storica contro la legge ugandese che punisce severamente l’omosessualità. L’assassinio di Kato è stato imputato ad uno sbandato che avrebbe confessato dopo essere stato arrestato, giustificando il gesto come una reazione a delle presunte avances sessuali rivoltegli dall’attivista. In quella occasione ci furono anche delle accuse lanciate da Wikileaks, secondo il sito infatti durante un meeting dell’ONU Kato sarebbe stato deriso da funzionari internazionali. La preoccupazione però non poteva e non può essere rivolta solamente a gesti isolati. Molti dei quotidiani locali hanno iniziato una campagna rivolta contro l’omosessualità. Il Giornale locale Rolling Stones ad esempio al momento della scarcerazione titolò “impicchiamolo”. 
La campagna anti-gay dalle colonne dei giornali ugandesi ha continuato a far crescere il clima di tensione, anche in vista della discussione parlamentare sul disegno di legge, prevista per l’11 maggio, posticipata al 17 per l’insediamento del presidente Museveni, rimandata poi dallo stesso presidente a data da destinarsi. Nei mesi scorsi, proprio in vista di questo appuntamento, la comunità internazionale ha ricominciato a far pressione sul governo ugandese per il ritiro definitivo del disegno di legge. Numerose sono state le iniziative della società civile, in molti nei giorni scorsi hanno risposto alla petizione della ONG Avaaz, che in pochi giorni ha raccolto 1,6 milioni di firme di cittadini di tutto il mondo. La decisione del presidente Museveni è certamente stata influenzata dalla minaccia statunitense di porre un embargo internazionale sull’Uganda se la legge fosse passata; e dalla necessità di convincere l’Europa, attraverso un’azione di salvaguardia dei diritti umani, di non aver sbagliato nel riconoscere come validi i risultati elettorali che lo hanno visto vincitore. Alla base della decisione ci sarebbero quindi motivi politici ed economici, nonché la volontà di non precludersi gli aiuti internazionali che l’Uganda normalmente percepisce.
La notizia del rinvio è arrivata il 17 maggio, durante la sesta Giornata mondiale contro l’omofobia e la trans fobia, ma l’attenzione della comunità internazionale sulla questione non può diminuire. La discussione anche se rimandata a data da destinarsi, non ha tolto il disegno di legge dal tavolo dell’esecutivo. Lo stesso David Bahati il deputato che lo ha presentato, è andato nuovamente all’attacco dichiarando che il prossimo febbraio, quando sarà ricostituito il Parlamento, ripresenterà la legge sostenuto anche dalla moglie del presidente. 

Link:

http://www.urloweb.com/notizie/85-esteri/3203-uganda-rinviata-la-discussione-sulla-legge-contro-gli-omosessuali.html

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